Sono circa le 10.30 quando R. entra nella saletta del Centro d'Ascolto. Io non l'ho mai incontrato prima d'ora, eppure lui mi dice di venire spesso a mangiare in mensa. Ci sediamo, io di fronte a lui. Lo guardo e dentro di me penso che è proprio un 'tipo' originale. Il mio sguardo è attirato dalla sciarpa che ha attorno al collo. È rossa, con delle decorazioni che ricordano il Perù o la Bolivia, eppure lui è italianissimo. Inoltre, la porta in un modo che, per me, è originale per un senza tetto poiché solo una metà gli gira intorno al collo, mentre quasi tutto il resto della sciarpa è libero di andare dove vuole. Sembra un dandy, penso!
Ma, oltre a questa sciarpa bella e sporca, non posso fare a meno di notare il suo cappello.
Un bellissimo cappello a tesa larga, nero, di quelli che vanno di moda ora e che lui, con cura, adagia sulla sedia non appena si accomoda davanti a me.
Non riesco a trattenermi (anzi, confesso, nemmeno ci provo a trattenermi!) e dico: 'Che bel cappello che hai, R.'
Lui sorride. 'è un cappello da capraio.'
Sorrido. Mi guarda. 'Credi davvero che sia bello?'
'Certo che lo credo..e ti dirò che va anche di moda ora!'
'Davvero? Beh, a me l'ha regalato una persona speciale, per questo me lo metto. E poi, sai, con la pioggia è perfetto.. prima che si inzuppi devi stare sotto la pioggia per ore.'
E qui faccio una piccola pausa. Per dire che, è mio solito iniziare un colloquio (termine che detesto!) facendo un piccolo complimento, o una piccola osservazione. Generalmente osservo e commento anelli e orecchini, oppure un filo di trucco diverso dal solito, o un velo con colori più accesi o più cupi, uno smalto sulle unghie appena messo, un broncio insolito se si tratta di bambini o un peluche particolarmente soffice stretto al petto. Osservo e noto una malinconia più evidente, così come un sorriso più gioioso o un viso più stanco e preoccupato.
Non è nulla di speciale, eppure è il mio personalissimo modo per entrare in sintonia con le persone che incontro; è un modo per metterle a loro agio, e fargli capire che qui siamo in 'territorio amico', che non hanno proprio nulla da temere. Molti di loro sono abituati alle scrivanie, alle schede, ai timbri dei commissariati di polizia o delle questure e, fin dai primissimi giorni di servizio, la mia più grande preoccupazione è stata quella di scongiurare il pericolo che il Centro d'Ascolto venisse confuso con luoghi simili perché, anche qui, ci sono scrivanie, timbri e schede da compilare.
Ma, in questura non notano se oggi hai messo lo smalto rosso, e neppure che hai degli orecchini che ti stanno benissimo; non notano, o comunque raramente ti dicono, che oggi sembri felice, e che il tuo bambino è cresciuto ed è ancora più bello.
Ma, se tutte queste cose in questura o nel commissariato di polizia o in banca o alle agenzie del lavoro non te le dicono, al Centro d'Ascolto sì. Perché qui è come essere a casa, dove ci si può permettere di lasciarsi un po' andare, abbassare le difese e ricevere un complimento.
È la mia piccola strategia per mettere a proprio agio chi arriva qui e che, magari, ha qualcosa di faticoso da raccontare (piccola o grande, reale o immaginata che sia la fatica). Ovviamente, non è che dispenso complimenti a chiunque, ma quando noto qualcosa che colpisce in modo particolare il mio interesse e il mio sguardo, non mi trattengo e lo dico.
Così è successo con R., perché il suo cappello davvero mi piaceva. Ed infatti gli dico che ne vorrei tanto uno anche io, ma che, essendo una timida cronica, non ho mai osato comprarne uno perché mi sento arrossire alla sola idea di uscire di casa con un cappello così in testa.
E, a questo punto ecco che R., con tutta la serenità del mondo mi dice: 'Ma che problemi ti fai? Tu sei come sei e non devi avere paura di essere te stessa. Nella vita non bisogna mai avere paura di esporsi al mondo così come noi vogliamo essere.'
Rimango in silenzio. Non so cosa rispondere e non rispondo perché, dopo tutti i libri di filosofi, psicologi, sociologi, teologi, poeti e scrittori che ho letto fino ad ora, nessuno mi ha mai saputo dire con così grande serenità che è bello essere se stessi sempre e comunque, così come è riuscito a dirmelo R. con le sue mani rovinate dal freddo e i suoi abiti impregnati di pioggia.
Ire.
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giovedì 6 novembre 2014
giovedì 14 agosto 2014
Cosa può raccontare il titolo di un libro?
Ora vi racconto la vita di PI.
Giovane e talentuoso ragazzo, nato in un paese dell’Africa centrale.
Se la mente avesse gli occhi potrei anche descrivervi nel dettaglio i pensieri curiosi di un ragazzo che voleva avere un futuro ricco e spensierato.
Poi però, all’improvviso e in “silenzio assoluto”, comparvero aerei e carri armati che parevano avere proprio una certo fascino per la popolazione: il rombare degli aerei e il meccanico trascinarsi dei carri armati avevano l’eleganza del riccio. A bordo di questi mezzi c’erano uomini armati ma con dei principi morali e giusti. Ed è per questo che venivano a dare una lezione alla gente del luogo: avrebbero trasformato la città delle bestie in una città civile ed equa.
Tanto erano alte le loro virtù che cominciarono ad eliminare le persone che non erano meritevoli alla loro vista. Perciò Pi venne preso di mira dai raffinati eserciti morali a causa della sua etnia, della sua religione, del suo status…. Insomma a causa di cose che nessuno sa realmente!
Ma in fondo la guerra non si fa per ragione e sentimento di alcun genere. Nemmeno per la fede in Dio: si fa solo perché si hanno le armi. Allora Pi poteva scegliere di non essere perseguitato, rinnegando ciò che era e diventando un soldato dell’esercito dei virtuosi. Ma Pi non se la sentiva di prendere parte ad una guerra figlia del silenzio e dell’odio degli esseri umani. Così Pi venne catturato e fatto prigioniero di Azkaban.
E certo non era facile vivere in prigione! Pi continuava a ripetere “Io non ho paura” ogni sera per prendere sonno e ogni mattina per darsi il coraggio di affrontare la giornata. Ma poi arrivò la fame a tormentare il povero ragazzo...
Il corpo sa tutto: se stai male, sei hai sete o se hai fame! Il corpo lo sa e Pi iniziò ad esserne consapevole dopo giorni di digiuno. Ed è in cella che cominciarono per il giovane uomo gli Hunger games! infatti Pi rischiò di morire di fame e sete finché un compagno di cella gli spiegò come partecipare ai Giochi della Fame: <<Quando esci dalla cella (1 ora a settimana) devi fare il giro largo per raggiungere la mensa delle guardie! Lì devi rovistare dentro la pattumiera appena fuori dalla sala. Di solito si trova qualcosa di commestibile da mettere sotto i denti da far durare per la settimana successiva.>>
Così Pi sopravvisse alla morte e uscì di prigione. Ma forse la vita era meglio dentro: il deserto, le bombe, i militanti armati, i trafficanti di vite umane....
Pi era diventato testimone inconsapevole della violenza di cui è capace la razza umana: gli uomini con la loro guerra avevano spento anche la luna.
Ogni storia ha un titolo e ogni titolo ha una storia... io ho giocato con i titoli di libri famosi per crearne una nuova. Il racconto è di pura fantasia, anche se purtroppo accaduti simili potrebbero essere il passato di un ospite di un Centro Sprar o di una Comunità per rifugiati politici.
E con questo post stravagante chiudo Servizio e vado in vacanza!!!!
Buon Ferragosto a Tutti!
Giovane e talentuoso ragazzo, nato in un paese dell’Africa centrale.
Se la mente avesse gli occhi potrei anche descrivervi nel dettaglio i pensieri curiosi di un ragazzo che voleva avere un futuro ricco e spensierato.
Poi però, all’improvviso e in “silenzio assoluto”, comparvero aerei e carri armati che parevano avere proprio una certo fascino per la popolazione: il rombare degli aerei e il meccanico trascinarsi dei carri armati avevano l’eleganza del riccio. A bordo di questi mezzi c’erano uomini armati ma con dei principi morali e giusti. Ed è per questo che venivano a dare una lezione alla gente del luogo: avrebbero trasformato la città delle bestie in una città civile ed equa.
Tanto erano alte le loro virtù che cominciarono ad eliminare le persone che non erano meritevoli alla loro vista. Perciò Pi venne preso di mira dai raffinati eserciti morali a causa della sua etnia, della sua religione, del suo status…. Insomma a causa di cose che nessuno sa realmente!
Ma in fondo la guerra non si fa per ragione e sentimento di alcun genere. Nemmeno per la fede in Dio: si fa solo perché si hanno le armi. Allora Pi poteva scegliere di non essere perseguitato, rinnegando ciò che era e diventando un soldato dell’esercito dei virtuosi. Ma Pi non se la sentiva di prendere parte ad una guerra figlia del silenzio e dell’odio degli esseri umani. Così Pi venne catturato e fatto prigioniero di Azkaban.
E certo non era facile vivere in prigione! Pi continuava a ripetere “Io non ho paura” ogni sera per prendere sonno e ogni mattina per darsi il coraggio di affrontare la giornata. Ma poi arrivò la fame a tormentare il povero ragazzo...Il corpo sa tutto: se stai male, sei hai sete o se hai fame! Il corpo lo sa e Pi iniziò ad esserne consapevole dopo giorni di digiuno. Ed è in cella che cominciarono per il giovane uomo gli Hunger games! infatti Pi rischiò di morire di fame e sete finché un compagno di cella gli spiegò come partecipare ai Giochi della Fame: <<Quando esci dalla cella (1 ora a settimana) devi fare il giro largo per raggiungere la mensa delle guardie! Lì devi rovistare dentro la pattumiera appena fuori dalla sala. Di solito si trova qualcosa di commestibile da mettere sotto i denti da far durare per la settimana successiva.>>
Così Pi sopravvisse alla morte e uscì di prigione. Ma forse la vita era meglio dentro: il deserto, le bombe, i militanti armati, i trafficanti di vite umane....
Pi era diventato testimone inconsapevole della violenza di cui è capace la razza umana: gli uomini con la loro guerra avevano spento anche la luna.
Ogni storia ha un titolo e ogni titolo ha una storia... io ho giocato con i titoli di libri famosi per crearne una nuova. Il racconto è di pura fantasia, anche se purtroppo accaduti simili potrebbero essere il passato di un ospite di un Centro Sprar o di una Comunità per rifugiati politici.
E con questo post stravagante chiudo Servizio e vado in vacanza!!!!
Buon Ferragosto a Tutti!
mercoledì 30 luglio 2014
Condannare o rieducare?
Durante una delle attività di formazione che spesso svolgiamo per il nostro Servizio Civile, abbiamo affrontato il tema della Giustizia. Ci siamo focalizzati in particolare sulla condizione dei carcerati.
In altre situazioni avevo già approfondito questa tematica, ma la domanda che trovo particolarmente interessante è: davvero la prigione è il modo più giusto con cui una persona condannata possa scontare la sua pena?
Penso, infatti, che un carcerato non abbia possibilità di migliorare la propria vita più di un uccellino nato in cattività. La gabbia non insegna di certo a volare, così come al carcerato non si danno gli strumenti per tonare a vivere in società e guadagnarsi da vivere onestamente.
Ed è per questo che l’ordinamento penitenziario prevede delle misure alternative alla detenzione. Queste sono:
Chi ha il compito di decidere se applicare queste misure che permettono più facilmente al carcerato di imparare a “volare”?
Il Magistrato di Sorveglianza che vigila sull'esecuzione della pena ed interviene in materia di applicazione di misure alternative alla detenzione. È lui che decide se aprire la gabbia ma prima verifica che il carcerato abbia buone risorse nelle quali investire che lo portino poi a essere libero.
È qui entra in gioco l’UEPE.
L’ufficio di esecuzione esterna (UEPE) ha il compito di eseguire, su richiesta del Magistrato di Sorveglianza, le inchieste sociali utili a fornire i dati occorrenti per l’applicazione, la modificazione la proroga e la revoca delle misure di sicurezza e per il trattamento dei condannati. In poche parole è l’Ufficio che può fornire al Magistrato di Sorveglianza dati utili a tramutare la reclusione in misura alternativa alla detenzione e che opera per assicurare il reinserimento nella società del condannato. L’UEPE è perciò il Servizio - ponte tra l’istituto penitenziario e la società nella quale il condannato dovrà costruirsi una nuova vita.
Perciò abbiamo una mano che apre la gabbia ( Magistrato) e una mano che aiuta il condannato a trovare mezzi e risorse sul territorio per imparare a vivere, oltre che a sopravvivere (UEPE).
Se però una di queste mani si chiude a pugno? Se non si valutano al meglio le capacità di buona riuscita del soggetto condannato? Insomma, se all'uccellino che prova a volare si tappano le ali…cosa ne viene fuori? Solo una brutta esperienza di reclusione dove si è capito che si è fatto qualcosa di sbagliato ma di certo non si riescono ad imparare delle buone soluzioni per rimediare davvero a ciò che si è fatto.
Il tema della Giustizia/ Carcere è sicuramente un tema delicato e forse è troppo facile dire che non bisogna solo condannare ma anche provare a rieducare, perciò dobbiamo fermarci a riflettere sulla buona riuscita di un programma detentivo piuttosto che un altro: dai dati emersi durante la formazione, risulta che i soggetti ai quali sono state applicate misure alternative alla detenzione sono molto meno spesso recidivi rispetto agli altri.
Allora forse sarebbe utile "sprecare" un pò del tempo della pena da scontare per imparare a guadagnarsi da vivere onestamente?
In fondo non tutti su questo pianeta siamo nati per essere Santi e forse alcuni sono stati costretti a non esserlo per sopravvivere in una società fatta di sfarzo e vanità. Ma proprio per questo dobbiamo fare un passo indietro e capire se chi definiamo “cattivo” lo sarebbe lo stesso anche se avesse avuto la possibilità di scegliere tra il bene e il male.
In altre situazioni avevo già approfondito questa tematica, ma la domanda che trovo particolarmente interessante è: davvero la prigione è il modo più giusto con cui una persona condannata possa scontare la sua pena?
Penso, infatti, che un carcerato non abbia possibilità di migliorare la propria vita più di un uccellino nato in cattività. La gabbia non insegna di certo a volare, così come al carcerato non si danno gli strumenti per tonare a vivere in società e guadagnarsi da vivere onestamente.
Ed è per questo che l’ordinamento penitenziario prevede delle misure alternative alla detenzione. Queste sono:
- L’affidamento in prova al servizio sociale: viene concessa dopo un periodo di “osservazione” del reo, il cui comportamento viene valutato idoneo a questo tipo misura alternativa alla detenzione. Il condannato passa l’intero periodo della pena da scontare o un residuo di pena in affidamento ai Servizi Sociali. Il percorso che sottoscrive il carcerato può corrispondere a vere e propri mansioni professionali, a lavori socialmente utili o a programmi terapeutici. Non a caso spesso questa misura fa riferimento a particolari tipologie di condannati: i condannati militari, i tossico- alcol dipendenti, i soggetti affetti da AIDS conclamata o da altra grave malattia.
- La semilibertà: dagli interventi della formazione emerge che questa è una misura riservata a pochi “privilegiati” che vi possono accedere perché hanno contatti attivi sul territorio ( es. un lavoro o dei corsi di formazione in corso) che permettono al soggetto di passare l’intera giornata all'esterno dell’istituto penitenziario.
- La detenzione domiciliare: il presupposto per attuare questa misura è che il reo abbia un domicilio, e ciò non è sempre affatto scontato.
Chi ha il compito di decidere se applicare queste misure che permettono più facilmente al carcerato di imparare a “volare”?
Il Magistrato di Sorveglianza che vigila sull'esecuzione della pena ed interviene in materia di applicazione di misure alternative alla detenzione. È lui che decide se aprire la gabbia ma prima verifica che il carcerato abbia buone risorse nelle quali investire che lo portino poi a essere libero.
È qui entra in gioco l’UEPE.
L’ufficio di esecuzione esterna (UEPE) ha il compito di eseguire, su richiesta del Magistrato di Sorveglianza, le inchieste sociali utili a fornire i dati occorrenti per l’applicazione, la modificazione la proroga e la revoca delle misure di sicurezza e per il trattamento dei condannati. In poche parole è l’Ufficio che può fornire al Magistrato di Sorveglianza dati utili a tramutare la reclusione in misura alternativa alla detenzione e che opera per assicurare il reinserimento nella società del condannato. L’UEPE è perciò il Servizio - ponte tra l’istituto penitenziario e la società nella quale il condannato dovrà costruirsi una nuova vita.
Perciò abbiamo una mano che apre la gabbia ( Magistrato) e una mano che aiuta il condannato a trovare mezzi e risorse sul territorio per imparare a vivere, oltre che a sopravvivere (UEPE).
Se però una di queste mani si chiude a pugno? Se non si valutano al meglio le capacità di buona riuscita del soggetto condannato? Insomma, se all'uccellino che prova a volare si tappano le ali…cosa ne viene fuori? Solo una brutta esperienza di reclusione dove si è capito che si è fatto qualcosa di sbagliato ma di certo non si riescono ad imparare delle buone soluzioni per rimediare davvero a ciò che si è fatto.
Allora forse sarebbe utile "sprecare" un pò del tempo della pena da scontare per imparare a guadagnarsi da vivere onestamente?
In fondo non tutti su questo pianeta siamo nati per essere Santi e forse alcuni sono stati costretti a non esserlo per sopravvivere in una società fatta di sfarzo e vanità. Ma proprio per questo dobbiamo fare un passo indietro e capire se chi definiamo “cattivo” lo sarebbe lo stesso anche se avesse avuto la possibilità di scegliere tra il bene e il male.
domenica 27 luglio 2014
150 giorni.
Il disegno, bruttino, è frutto della formazione di metà servizio. Il suo titolo è Moti ondosi che aiutano a crescere e rappresenta il 'mio' fiume dopo questi primi 150 giorni di servizio.. se continuate a leggere sicuramente capite il suo 'perchè'!
Sono stata in Afaghanistan, con i talebani che minacciano e feriscono con coltelli tutti i ragazzi che non vogliono arruolarsi nell’esercito, così come hanno fatto con Issam. Dall’Afghanistan sono anche scappata, ancora piccola, con Abdul quando la sua mamma l’ha messo su un camion che doveva attraversare il deserto e farlo così fuggire dalla guerra e dal regime.
Sono stata in Ucraina, con i figli di Lyudmyla che coltivano l’orto ma non possono più uscire nemmeno per andare al lavoro perché fuori ormai c’è una guerra. E, in Ucraina, sono stata anche nella casa della sorella di Alina e con i figli di Alina, bombardata per metà. Per fortuna, o per destino, io e i bimbi di Alina eravamo nella parte rimasta miracolosamente in piedi.
Sono stata in Costa d’Avorio, con i figli di Ake che giocano con i nonni, ma non vanno più a scuola perché il loro papà, in Italia, non guadagna più abbastanza per poter mandare i soldi fin laggiù.
Sono stata in Pakistan, con Atif quando ha compiuto 6 anni ma non ha iniziato la scuola. E, ora, a 18, per fare la sua firma è costretto a copiare il suo nome che gli ho scritto io.
Per le vacanze sono tornata con Maria in Moldova, a trovare la sua famiglia. Figlie, figli e nipoti.
Per le vacanze, però, sono stata anche in Burkina Faso con Idriss a trovare la sua mamma che non riabbracciava da ormai 6 anni. E sua moglie. E sua figlia. E sì, certo che gli mancano..
Sono stata anche in Norvegia, con la famiglia di Amir, quando lui è stato ‘beccato’ e rimandato in Italia perché aveva un permesso di soggiorno che lì al nord lo rendeva clandestino.
Sono stata in Sicilia, con Mosson a raccogliere le arance quando, subito dopo il suo arrivo in Italia su uno di quei barconi che vediamo alla tivù, stremato ha iniziato a lavorare per non morire di fame proprio ora che pensava di 'avercela fatta'.
Sono stata in Perù, dal papà di Carmen mentre lui moriva e pensava a quella sua figlia ormai lontana, emigrata in Italia e che non era riuscita a trovare un po’ di soldi nemmeno per raggiungerlo in quegli ultimi momenti.
Sono stata a Pescarenico, in carcere con Giuseppe, dopo che aveva picchiato la moglie. E sono stata con lui anche su quella panchina in riva al lago quando è uscito e non aveva più niente.
Sono stata in Marocco con Zahara, quando ancora era felice perché in casa aveva una macchina da cucire.
In Marocco sono stata anche quando i genitori di Fatima l’hanno promessa sposa di un suo cugino e lei non voleva diventare grande e mettersi quel velo..
In Romania, poi, ci sono stata tante volte. Partendo da qui, ma sempre in pullman e mai in aereo..!
Dalla Somalia e dalla Siria, invece, sono scappata. Non da sola, ma con tanti ragazzi. Io, a 25 anni ero la più grande fra tutti loro.
Sono stata in Senegal con i sei figli di El Hadji che sono talmente numerosi che il loro papà non si ricorda mai le loro date di nascita. Ma quando è arrivato quel pacco di vestiti è stata una festa perché tutti hanno creduto che il loro papà, dall’Italia, pensa anche a loro.
Sono stata nella Repubblica Dominicana quando Ramon ha deciso di partire per l’Italia e raggiungere la moglie, perché a 60 anni non si riesce più a vivere senza la compagna di una vita.
Sono stata in Italia quando il secondo figlio di Elizabeth ha deciso di venire al mondo un po’ troppo presto.
Le storie sono vere. I nomi no. Per rispetto delle storie.
E le storie sono (alcune) di quelle che colorano il 'mio' mondo e che aspettano solo una porta aperta.
E se loro entrano, io, in qualche modo esco, da me stessa.
Le ho scritte così, come sono, senza abbellirle, senza addolcirle né indurirle. Chiedono di essere ascoltate. Mai giudicate. Mai compatite. Mai respinte.
Se tu penserai, se giudicherai
da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.
(Fabrizio De Andrè)
Per lo più sono storie di chi ha avuto il coraggio e la forza di andare..e la fortuna (o benedizione) di arrivare. Perché, sì, io ci credo che Migrare è un Diritto e Non un crimine..
| (La foto è stata scattata a Berlino.. non in Italia) |
"L'avvenire è sempre incerto. Costruisci, getti le fondamenta, se sei sicuro di vivere. Dici: è casa mia, la costruisco un pò alla volta, finirò per abitarla. Allora hai un avvenire, hai uno scopo. Ma qui, non vivono realmente, dal momento che non vivono come quelli di qui. Allora, nessuno qui ha un avvenire, nessuno è padrone del proprio avvenire. Non si è mai visto un futuro certo in un paese straniero. è come un orologio: gira, gira. Tutto qui. I giorni, i mesi, gli anni.. Sei in un paese, trascorri la tua gioventù, ci perdi la tua salute, lavori. [...] L'incertezza vale per tutti: non è vivere, tutto quello che incominci a fare, dici che non lo puoi fare, dato che, prima o poi, non sai mai che cosa può capitare. Sei sul chi vive. E se..? E se..? E se ci rimandano indietro, che cosa sarà di me? Questa è l'emigrazione, questo è vivere da stranieri in un altro paese. [...] Il nostro elghorba (l'esilio) è come qualcuno che arriva in ritardo: arriviamo qui, non sappiamo nulla, dobbiamo scoprire tutto, imparare tutto."
E se invece, qualcuno scommettesse davvero su di loro? Su Issam, su Mosson, su Elizabeth, su Zahara..?
venerdì 13 giugno 2014
Effetti collaterali del Servizio sugli (in)volontari
Tutun tutun tutun tun....il treno in corsa procede veloce verso la stazione di Caronnno Pertusella come ogni mattina.
Io e Manou, mezze addormentate dall'orario mattutino, chiacchieriamo degli impegni
odierni di Servizio visto che abbiamo circa venti minuti di viaggio.
Dopo nemmeno 5 minuti di conversazione Manou si alza, mette lo zaino in spalla ed esclama:
<<Bene è ora di scendere!>>
Un pò stranita mi guardo fuori dal finestrino. Novate.
<<Manou ma siamo a Novate....mancano ancora 6 fermate!>>
Manou si risiede e scoppiamo a ridere discutendo sui danni effettivi che il Servizio sta causando lentamente ai suoi neuroni.
Ma se Manou non è uscita indenne dal Servizio io non sono da meno!
Immaginatevi....
Mattinata calda e afosa. I tavoli del centro sono occupati da stoffe variopinte e da altri materiali per fare laboratori creativi.
Io e Manou stiamo selezionando le stoffe che più si avvicinano ai nostri gusti e intanto cerchiamo di “godere” dell'aria calda prodotta dal ventilatore.
<< Dai proviamo a fare una collana con la stoffa! Ti ricordi il sito nel quale avevamo trovato le istruzioni per farla!?>> domanda Manou.
Io annuisco e mi fiondo senza pensarci alla scrivania con il PC.
Mi butto letteralmente seduta sulla sedia senza guardare nemmeno dove stavo andando e ....PAM!!!!
L’impatto con la seduta di plastica dura della sedia mi fa sobbalzare in aria con le gambe aperte e una mano urta una penna sulla scrivania che volteggia nel vuoto prima di ricadere vicino al mouse.
Io guardo stupita Manou - che già se la rideva a crepapelle – e poi mi rendo conto che la sedia di stoffa morbida da ufficio era di fianco a me e purtroppo non mi ero seduta su quella sedia!
Volete sapere alla fine come sono venute le collane di stoffa?
Ehm ehm… non siamo riuscite nemmeno lontanamente a farle uguali a quelle proposte dal sito! Anzi, a dire il vero, non siamo riuscite nemmeno a farle somigliare a delle collane!!!
Insomma c’è chi esce dal Centro Sprar di Caronno Pertusella con qualche neurone danneggiato e chi con il fondoschiena ammaccato! Ma lo sappiamo tutti no?
Il Servizio Civile è una scelta che cambia la vita.... in fondo ci avevano anche avvertito!
Io e Manou, mezze addormentate dall'orario mattutino, chiacchieriamo degli impegni
odierni di Servizio visto che abbiamo circa venti minuti di viaggio.
Dopo nemmeno 5 minuti di conversazione Manou si alza, mette lo zaino in spalla ed esclama:
<<Bene è ora di scendere!>>
Un pò stranita mi guardo fuori dal finestrino. Novate.
<<Manou ma siamo a Novate....mancano ancora 6 fermate!>>
Manou si risiede e scoppiamo a ridere discutendo sui danni effettivi che il Servizio sta causando lentamente ai suoi neuroni.
Ma se Manou non è uscita indenne dal Servizio io non sono da meno!
Immaginatevi....
Mattinata calda e afosa. I tavoli del centro sono occupati da stoffe variopinte e da altri materiali per fare laboratori creativi.
Io e Manou stiamo selezionando le stoffe che più si avvicinano ai nostri gusti e intanto cerchiamo di “godere” dell'aria calda prodotta dal ventilatore.
<< Dai proviamo a fare una collana con la stoffa! Ti ricordi il sito nel quale avevamo trovato le istruzioni per farla!?>> domanda Manou.Io annuisco e mi fiondo senza pensarci alla scrivania con il PC.
Mi butto letteralmente seduta sulla sedia senza guardare nemmeno dove stavo andando e ....PAM!!!!
L’impatto con la seduta di plastica dura della sedia mi fa sobbalzare in aria con le gambe aperte e una mano urta una penna sulla scrivania che volteggia nel vuoto prima di ricadere vicino al mouse.
Io guardo stupita Manou - che già se la rideva a crepapelle – e poi mi rendo conto che la sedia di stoffa morbida da ufficio era di fianco a me e purtroppo non mi ero seduta su quella sedia!
Volete sapere alla fine come sono venute le collane di stoffa?
Ehm ehm… non siamo riuscite nemmeno lontanamente a farle uguali a quelle proposte dal sito! Anzi, a dire il vero, non siamo riuscite nemmeno a farle somigliare a delle collane!!!
Insomma c’è chi esce dal Centro Sprar di Caronno Pertusella con qualche neurone danneggiato e chi con il fondoschiena ammaccato! Ma lo sappiamo tutti no?
Il Servizio Civile è una scelta che cambia la vita.... in fondo ci avevano anche avvertito!
domenica 8 giugno 2014
Un'oasi di pace
Inizio, rassicurando i miei compagni di servizio dicendo che NON sarete obbligati a pubblicare anche voi il vostro terzo post.. tanto per ora vige ancora la regola (implicita) che Stefano e Fabio non hanno ancora pubblicato il secondo, perciò.. !
Solo che io sono appena tornata da qualche giorno di mare e, si capisce, che andare al mare a inizio giugno significa passare le giornate a conversare con i 'vecchi' sotto l'ombrellone e a cantare Batti batti le manine ai bambini della spiaggia.. per cui, tra una discussione di politica (l'unica che io ritenga vera) con agguerriti pensionati e una ninnananna per far addormentare le bimbe più belle del mondo, ho trovato finalmente il tempo per fermarmi e pensare un po'.
In questi mesi non avevo avuto molte occasioni per farlo perché tanti eventi si sono semplicemente susseguiti senza sosta.. nell'ordine, ho lasciato prima i miei libri di filosofia, poi i disegni colorati dei bambini con cui lavoravo e infine una metà del mio cuore. Anche se, niente di tutto ciò è stato lasciato per sempre..
Lasciare, per che cosa?
Per andare tutti i giorni in Caritas ad ascoltare storie 'assurde'.
Questa, d'impatto, potrebbe essere la mia prima risposta. Storie che sono 'assurde' perché mi sembra assurdo che una persona venga licenziata dall'oggi al domani e, dopo due o tre anni, non sia ancora riuscita a trovare un nuovo impiego. Oppure mi sembra 'assurdo' che la maggior parte delle famiglie straniere riescano a vivere, in Italia con tre o quattro figli, con soli 400 euro al mese.
Situazioni, queste, che per me sono diventate 'ordinarie' nel senso che tutti i giorni faccio i conti con una povertà concreta, fatta di famiglie che non possono più pagare gli affitti e ricevono sfratti esecutivi, di coppie costrette a lasciarsi perché quando mancano i soldi per comprare il pane o per mettere la benzina nella macchina diventa davvero difficile non incolparsi a vicenda e continuare ad amarsi.
Una povertà fatta di bambini che non possono fermarsi alla mensa della scuola o che, con l'arrivo dell'estate non potranno andare al grest perché spesso l'unico stipendio rimasto in famiglia è quello delle mamme che fanno le pulizie in qualche ufficio alla mattina. Povertà fatta di genitori che ammettono di non aver acceso i riscaldamenti durante l'inverno perché costava troppo, o di uomini italiani che piangono perché dicono di vergognarsi di essere arrivati a bussare alla nostra porta.
Tutte situazioni, queste, che stanno condizionando la mia vita.
Perché quando penso alla fame nel mondo non penso più a situazioni lontane, ma ho in mente i volti dei tanti uomini che, ogni giorno, si mettono in fila per entrare alla mensa di San Nicolò.. a un passo dalla Basilica.. a un passo dai negozi del centro.
Più volte mi sono chiesta: e io, lo farei? Io, mi metterei in fila nella centralissima Lecco, con tutta quella gente che mi passa affianco e mi guarda?
E spesso penso: Ma no, impossibile, a me non succederebbe di finire così.. ma poi ripenso a chi sono i poveri che incontro e sono costretta ad ammettere che povero non è chi decide di vivere in strada perché non sa stare alle regole della società, come spesso sono stata abituata a pensare. Povero è anche quel signore di cui spesso, quando vado nelle scuole racconto la storia.
Un cinquantenne, come poteva essere mio papà, che aveva costruito una piccola impresa edile; tutto andava bene, i soldi c'erano, tanto da indurlo a comprare una nuova macchina. Poi la crisi. I clienti che iniziano a non pagare; lui che si fida e conclude i lavori pur andando in perdita e alla fine la decisione di dichiarare la sua azienda in fallimento.
Una storia che mi aveva impressionato e che credo porterò sempre con me, per il suo essere così 'comune' e così lineare nell'arrivare alla povertà. Non c'entrano dipendenze, scelte irrazionali, situazioni debitorie pregresse. Tutte condizioni, queste, che sicuramente ritrovo in molte altre storie che sento ma che rendono il tutto più complesso, più sfumato, e non così sfacciatamente semplice e comprensibile.
Di fronte a tutte queste storie spesso mi chiedo come posso stare e in che modo posso rispondere alle richieste, talvolta urlate e disperate e altre volte solo sussurrate..
Come posso io, con i miei 'soli' 25 anni stare di fronte a un uomo che mi dice di non avere più nemmeno il pane per i suoi figli?
È una domanda forte, a cui non so ancora esattamente cosa rispondere.
Per ora, mi viene in mente solo una poesia, o una preghiera per chi è credente, di don Tonino Bello, intitolata Ti auguro un'oasi di pace:
E il pianto che spunta
sui vostri occhi
sia solo pianto di felicità.
E qualora dovesse trattarsi
di lacrime di amarezza e di dolore,
ci sia sempre qualcuno
pronto ad asciugarvele.
Il sole entri a brillare
prepotentemente nella vostra casa,
a portare tanta luce,
tanta speranza e tanto calore.
Ripenso alle tante lacrime già incontrate e che, con l'aiuto di chi ascolta con me, ho cercato di raccogliere. E allora mi rispondo, pur consapevole del limite di tale risposta che, per ora, io, Irene, non posso fare molto altro, se non cercare di essere un'oasi felice per chi si rivolge a me e agli altri volontari. Un'oasi di pace, in cui tentare, anche solo per un momento, di ritrovare calore, speranza, luce.
E, forse, non c'è metafora migliore per spiegare che cos'è la vita e quanto è complessa.. l'oasi è assolutamente inaspettata, e allo stesso tempo è ciò che più desideriamo quando attraversiamo i nostri deserti. L'oasi ti fa capire che c'è una grande dose di imprevedibilità nella vita, perché, come può esserci dell'acqua proprio lì dove tutto sembra morto?
mercoledì 28 maggio 2014
Tutti quei piccoli, che sono più grandi dei grandi
C'è una signora del Marocco che, puntualmente, arriva al Centro di Ascolto accompagnata da uno dei suoi tre figli. Un ragazzino di nove anni appena, che la segue fedele per farle da traduttore. Fin dalla primissima volta che li ho incontrati ho provato simpatia per quegli occhioni neri e timidi e per quel filo sottile di voce che traduceva sibilando le parole e le richieste della mamma.
Il ragazzino in questione, però, mi è stato fin da subito simpatico anche perchè era ogni volta costretto a ripetere almeno cinque volte il suo nome straniero: la prima volta sussurrandolo appena ma alla quinta volta urlandolo letteralmente alle simpatiche sessantenni volontarie del Centro di Ascolto che, puntualmente commentavano con frasi tipo Ah che bello, non perchè l'avessero capito davvero, ma solo perchè intimorite da quell'inedito e inaspettato tono di voce.
Ogni volta uno strazio per me, che empaticamente, mi riconosco in questa timidezza e nel suo filo sottile di voce. Per questo, l'ultima volta che gli occhioni neri sono venuti a trovarci al CdA, avevo deciso di scrivermi a caratteri cubitali il nome del ragazzino sulla scheda della mamma, sperando di evitargli (e di evitarmi) l'imbarazzo del ripetersi della scena.
Oggi, quando il velo della mamma ha fatto capolino dietro la porta e si è accomodato davanti a me, ho subito guardato se era accompagnato, come sempre, dagli occhi neri del figlio e, riconosciutili dietro un nuovo paio di occhiali da vista, ho cercato in fretta la scheda della mamma, sono andata a cercare la mia scritta a caratteri cubitali e, con tono deciso e felice ho detto: 'Ma che begli occhiali nuovi che hai oggi MORAD!!!'
Lo sguardo complice e soddisfatto che noi, timidi, ci siamo scambiati, è stato carico di tante espressioni che i 'timidi' spesso non dicono con le parole usate da chi parla sempre a voce troppo alta.
Mi piace raccontarlo così, attraverso gli occhi di Morad e dei tanti bambini che incontro, il ‘mio’ servizio civile.
Attraverso lo sguardo dei più piccoli che accompagnano mano nella mano i grandi, spesso più ‘ingenui’, intimoriti e intimiditi perché ancora inesperti di una lingua così diversa da quelle con cui per anni hanno parlato di sé. I grandi che si ‘appoggiano’ ai più piccoli, e si affidano a loro, alle loro traduzioni fatte di parole semplici e grandi sguardi. I grandi che sembrano avere più paura dei piccoli e i piccoli che finiscono col rassicurare questi grandi ancora inesperti di un mondo (o forse solo di un paese) che conoscono appena.
I bambini, che conoscono già le lacrime, le fatiche, le angosce, ma che sanno come superarle.
Come S. e M., due fratellini che vivono in una situazione economica fortemente compromessa e che un giorno sono arrivati con la loro mamma. Lei, nel raccontare tutte le fatiche che ogni giorno la tormentano, è scoppiata in lacrime, lasciandoci senza parole e quasi senza fiato. Come possiamo aiutarla, mi domandavo. Poi ecco. Il suo bambino più grande l’ha coinvolta in un gioco che stava facendo con il fratellino e il sorriso è ritornato.
Mi piace parlare di loro, di tutti questi bambini che accompagnano i loro genitori al Centro di Ascolto, ovvero nelle fatiche e nelle lotte quotidiane per vivere dignitosamente.
Ce ne sarebbero, però, tanti altri. Tutti quei bambini che vivono con nonni, parenti, amici, in qualche stato dell’Africa o dell’America Latina, o dell’Est Europa, lontano dai loro genitori.
Ecco, di loro, per ora, mi fa ancora troppo male parlare.
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| (Bambino timido costretto ad urlare!) |
Ogni volta uno strazio per me, che empaticamente, mi riconosco in questa timidezza e nel suo filo sottile di voce. Per questo, l'ultima volta che gli occhioni neri sono venuti a trovarci al CdA, avevo deciso di scrivermi a caratteri cubitali il nome del ragazzino sulla scheda della mamma, sperando di evitargli (e di evitarmi) l'imbarazzo del ripetersi della scena.
Oggi, quando il velo della mamma ha fatto capolino dietro la porta e si è accomodato davanti a me, ho subito guardato se era accompagnato, come sempre, dagli occhi neri del figlio e, riconosciutili dietro un nuovo paio di occhiali da vista, ho cercato in fretta la scheda della mamma, sono andata a cercare la mia scritta a caratteri cubitali e, con tono deciso e felice ho detto: 'Ma che begli occhiali nuovi che hai oggi MORAD!!!'
Lo sguardo complice e soddisfatto che noi, timidi, ci siamo scambiati, è stato carico di tante espressioni che i 'timidi' spesso non dicono con le parole usate da chi parla sempre a voce troppo alta.
Mi piace raccontarlo così, attraverso gli occhi di Morad e dei tanti bambini che incontro, il ‘mio’ servizio civile.
Attraverso lo sguardo dei più piccoli che accompagnano mano nella mano i grandi, spesso più ‘ingenui’, intimoriti e intimiditi perché ancora inesperti di una lingua così diversa da quelle con cui per anni hanno parlato di sé. I grandi che si ‘appoggiano’ ai più piccoli, e si affidano a loro, alle loro traduzioni fatte di parole semplici e grandi sguardi. I grandi che sembrano avere più paura dei piccoli e i piccoli che finiscono col rassicurare questi grandi ancora inesperti di un mondo (o forse solo di un paese) che conoscono appena.
I bambini, che conoscono già le lacrime, le fatiche, le angosce, ma che sanno come superarle.
Come S. e M., due fratellini che vivono in una situazione economica fortemente compromessa e che un giorno sono arrivati con la loro mamma. Lei, nel raccontare tutte le fatiche che ogni giorno la tormentano, è scoppiata in lacrime, lasciandoci senza parole e quasi senza fiato. Come possiamo aiutarla, mi domandavo. Poi ecco. Il suo bambino più grande l’ha coinvolta in un gioco che stava facendo con il fratellino e il sorriso è ritornato.
Mi piace parlare di loro, di tutti questi bambini che accompagnano i loro genitori al Centro di Ascolto, ovvero nelle fatiche e nelle lotte quotidiane per vivere dignitosamente.
Ce ne sarebbero, però, tanti altri. Tutti quei bambini che vivono con nonni, parenti, amici, in qualche stato dell’Africa o dell’America Latina, o dell’Est Europa, lontano dai loro genitori.
Ecco, di loro, per ora, mi fa ancora troppo male parlare.
lunedì 26 maggio 2014
La giusta distanza
Il mio ultimo (ma non il primo di sicuro! perché ormai siamo
ben lungi dalla grande esaltazione iniziale da “faccio il lavoro più bello del
mondo!” ed era ovvio e normale che non rimanesse tale per 12 mesi di fila
senza neanche un piccolo cedimento, no?) argomento di riflessione preferito
è, appunto, la “giusta distanza” che dovrei interporre fra me e i ragazzi.
Il fatto è che sono rimasta scottata quando mi sono presa a
cuore la questione della scuola di W, un affare tanto personale e quotidiano
quanto se vogliamo banale, però la vita a Casa Onesimo è fatta delle piccolezze
e delle banalità di ogni altra casa (per non dire “famiglia” – che secondo me
qui non è proprio la parola giusta da usare) ed è giusto e bello così. Ho
cercato di fare in modo che le ottime capacità linguistiche di W potessero
sfociare in qualcosa di utile dal punto di vista scolastico e quando si è
presentata l’occasione di fargli frequentare le 150 ore della scuola media mi
sono posta in prima linea perché il professore responsabile lo conoscesse,
perché potesse avere molte ore extra di italiano (preparate sia da me che
dall’altro maestro d’italiano di Casa Onesimo) e perché potesse avere una
bicicletta con la quale andare a scuola. Mi sono presa la responsabilità di
fare in modo che non fallisse. E che cos’è successo? Che W per primo mi ha
chiaramente aperto gli occhi dimostrandomi una totale mancanza di fiducia nei
miei confronti, sia come maestra che come essere umano. E allora? E allora va
bene così, ogni utente/ragazzo/persona è fatto a modo suo e io non salverò
l’umanità da tutti i suoi mali con le mie 30 ore a Casa Onesimo. Sono stata scelta perché ho le qualità e le capacità per insegnare italiano? Insegnerò
italiano e basta. Del resto è per questo motivo che questo Servizio Civile mi
esaltava così tanto, no? Tutte le velleità da educatrice, operatrice sociale e
salvatrice del mondo sono venute dopo…
E quindi è ciò che faccio: l’insegnante di italiano a tempo
pieno, 2 ore la mattina e 2 ore al pomeriggio. È quello che so fare meglio ed è quindi ciò che
di meglio posso fare per aiutarli…no? Ma quanto è giusto che io vada a Casa
Onesimo tutti i giorni solo per fare l’insegnante di italiano L2? Quante
occasioni sto sprecando nel non avvicinarmi di più, se non a tutti, ma almeno
ad alcuni di loro? Non sarebbe cosa buona e giusta ascoltarli, farli
raccontare, farli sfogare, farli aprire? Aiutarli di più? Eppure.
Il fatto è che “la privacy va preservata” (a detta della
nostra assistente sociale e a detta anche mia, dopo aver fatto la non troppo
positiva esperienza di aver dato il mio numero di telefono a un ragazzo di Casa
Onesimo) e quindi è meglio non parlare troppo di noi, della nostra famiglia, di
dove abitiamo, delle nostre relazioni. E come faccio a far parlare degli altri
se non posso io per prima parlare di me? E come faccio a essere io? Eppure.
Eppure, mi trovo lì con il mio corpo e la mia anima e non possiamo dire altro che sia proprio io – e non potrei essere altrimenti. Sono io, nel mio ruolo, che mi impedisce di mostrare tutte le mie sfaccettature allo stato libero e grezzo, ma sono io che mi gioco in questo ruolo, io decido come muovere i passi e ci sarà sempre la mia impronta. Quindi sono sempre una gran chiacchierona e rido sempre sguaiatamente e parlo a
voce alta e faccio battute cretine, a prescindere da ciò che posso o non posso apertamente
dire di me stessa. Dunque la mia riflessione finale è che, evidentemente, il
posto che mi sono ritagliata io a Casa Onesimo è quello da insegnante e da
clown e va bene così. E ci sono altre persone che, in base alle loro attitudini
e capacità, si sono ritagliate altri posti e hanno altri ruoli. E va davvero bene così.
giovedì 22 maggio 2014
Scusate, è la mia prima volta in questura.
Ebbene
sì. Che cos'hai da ridacchiare sotto i baffi?!? Ti vedo, sai?!
Non
ero mai entrata in questura prima di iniziare la mia esperienza nel
Servizio Civile Nazionale. Mai. Succede, no?!?
Ecco,
infatti.
“Quindi
accompagni tu A.A a richiedere il permesso di soggiorno?”
“Ma
certo. Dove?”
“In
questura!”
“Ahhhhhhh!!!”
Tanto
per essere chiari, a Lecco ci sono due questure e altrettante caserme
dei Carabinieri. Mi sembra di aver già detto di non essere
un'esperta in materia. Ho pensato, “ok, vediamo se indovino.”
“E'
quella vicino al lago, vero?”
“Si
si, esatto. Auguri per il parcheggio!”
Eh
già, a Lecco è un problema. Ma me la cavo con le quattro frecce. È
un dono naturale, il mio.
Bene,
arriviamo in questura. Inutile dire che c'era una fila lunghissima di
persone da tutto il mondo in attesa del proprio turno che sbrigare le
loro pratiche. C'era persino una signora marocchina di mia
conoscenza, con cui scambio qualche parola. Alla fine tocca a noi. Il
documento non era ancora arrivato. Colpa dell'emergenza sbarchi, ci
dicono. Ma ci danno un numero da chiamare per sapere a che punto
della procedura siamo. Ottimo risultato, dopo un'ora e mezza di coda,
non ci si può lamentare.
Questo
è uno dei tanti aneddoti che potrei raccontare a proposito degli
uffici pubblici nell'ambito del mio SCN. Ma il punto è un altro. Non
posso tediare chi legge con queste storielle. Il punto è che sto
imparando un sacco di cose!!!
Ho
imparato che ci sono dei tempi tecnici da rispettare per i permessi
ai cittadini stranieri, che ci sono degli uffici che si occupano di
questo ogni giorno, che per avere le esenzioni sanitarie bisogna
seguire delle procedure mooolto complicate, che per ottenere una
borsa-lavoro ci si deve rivolgere al Servizio Educativo al Lavoro,
dove si trovano dei ragazzi gentilissimi che per prima cosa ti
aiutano a scrivere un Curriculum Vitae come si deve.
Quindi
alla fine sono loro, gli stranieri, che mi stanno
insegnando qualcosa di nuovo. E tutte queste cose nuove sono
utilissime, sono i pezzettini di un puzzle che ogni settimana diventa
più chiaro. Non posso fare altro che essere soddisfatta di questa
opportunità, non avrei mai immaginato di capirci così tanto del
nostro sistema!!!
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