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domenica 27 luglio 2014

150 giorni.


Il disegno, bruttino, è frutto della formazione di metà servizio. Il suo titolo è Moti ondosi che aiutano a crescere e rappresenta il 'mio' fiume dopo questi primi 150 giorni di servizio.. se continuate a leggere sicuramente capite il suo 'perchè'!

Sono stata in Albania, quando ancora c’era il dittatore comunista Hoxa, grazie ai racconti di un papà albanese immigrato in Italia quasi 15 anni fa.

Sono stata in Afaghanistan, con i talebani che minacciano e feriscono con coltelli tutti i ragazzi che non vogliono arruolarsi nell’esercito, così come hanno fatto con Issam. Dall’Afghanistan sono anche scappata, ancora piccola, con Abdul quando la sua mamma l’ha messo su un camion che doveva attraversare il deserto e farlo così fuggire dalla guerra e dal regime.

Sono stata in Ucraina, con i figli di Lyudmyla che coltivano l’orto ma non possono più uscire nemmeno per andare al lavoro perché fuori ormai c’è una guerra. E, in Ucraina, sono stata anche nella casa della sorella di Alina e con i figli di Alina, bombardata per metà. Per fortuna, o per destino, io e i bimbi di Alina eravamo nella parte rimasta miracolosamente in piedi.

Sono stata in Costa d’Avorio, con i figli di Ake che giocano con i nonni, ma non vanno più a scuola perché il loro papà, in Italia, non guadagna più abbastanza per poter mandare i soldi fin laggiù.

Sono stata in Pakistan, con Atif quando ha compiuto 6 anni ma non ha iniziato la scuola. E, ora, a 18, per fare la sua firma è costretto a copiare il suo nome che gli ho scritto io.

Per le vacanze sono tornata con Maria in Moldova, a trovare la sua famiglia. Figlie, figli e nipoti.

Per le vacanze, però, sono stata anche in Burkina Faso con Idriss a trovare la sua mamma che non riabbracciava da ormai 6 anni. E sua moglie. E sua figlia. E sì, certo che gli mancano..

Sono stata anche in Norvegia, con la famiglia di Amir, quando lui è stato ‘beccato’ e rimandato in Italia perché aveva un permesso di soggiorno che lì al nord lo rendeva clandestino.

Sono stata in Sicilia, con Mosson a raccogliere le arance quando, subito dopo il suo arrivo in Italia su uno di quei barconi che vediamo alla tivù, stremato ha iniziato a lavorare per non morire di fame proprio ora che pensava di 'avercela fatta'.

Sono stata in Perù, dal papà di Carmen mentre lui moriva e pensava a quella sua figlia ormai lontana, emigrata in Italia e che non era riuscita a trovare un po’ di soldi nemmeno per raggiungerlo in quegli ultimi momenti.

Sono stata a Pescarenico, in carcere con Giuseppe, dopo che aveva picchiato la moglie. E sono stata con lui anche su quella panchina in riva al lago quando è uscito e non aveva più niente.

Sono stata in Marocco con Zahara, quando ancora era felice perché in casa aveva una macchina da cucire.
In Marocco sono stata anche quando i genitori di Fatima l’hanno promessa sposa di un suo cugino e lei non voleva diventare grande e mettersi quel velo..

In Romania, poi, ci sono stata tante volte. Partendo da qui, ma sempre in pullman e mai in aereo..!

Dalla Somalia e dalla Siria, invece, sono scappata. Non da sola, ma con tanti ragazzi. Io, a 25 anni ero la più grande fra tutti loro.

Sono stata in Senegal con i sei figli di El Hadji che sono talmente numerosi che il loro papà non si ricorda mai le loro date di nascita. Ma quando è arrivato quel pacco di vestiti è stata una festa perché tutti hanno creduto che il loro papà, dall’Italia, pensa anche a loro.

Sono stata nella Repubblica Dominicana quando Ramon ha deciso di partire per l’Italia e raggiungere la moglie, perché a 60 anni non si riesce più a vivere senza la compagna di una vita.

Sono stata in Italia quando il secondo figlio di Elizabeth ha deciso di venire al mondo un po’ troppo presto.

Le storie sono vere. I nomi no. Per rispetto delle storie.

E le storie sono (alcune) di quelle che colorano il 'mio' mondo e che aspettano solo una porta aperta.
E se loro entrano, io, in qualche modo esco, da me stessa.

Le ho scritte così, come sono, senza abbellirle, senza addolcirle né indurirle. Chiedono di essere ascoltate. Mai giudicate. Mai compatite. Mai respinte.

Se tu penserai, se giudicherai
da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.
(Fabrizio De Andrè)

Per lo più sono storie di chi ha avuto il coraggio e la forza di andare..e la fortuna (o benedizione) di arrivare. Perché, sì, io ci credo che Migrare è un Diritto e Non un crimine..

(La foto è stata scattata a Berlino.. non in Italia)
Eppure, parlando con tutti gli Issam, con tutti i Mosson, con tutti i Ramon, con tutte le Elizabeth che ho incontrato in questi mesi, so che ancora troppe volte qualcuno li ha guardati come se fossero dei criminali.. e parlando con loro, mi è ritornato in mente un libro che mi ha aiutata a capire questo complesso 'fenomeno' che è la migrazione durante i mesi in cui ho scritto la mia tesi. Si intitola 'La doppia assenza', è stato scritto da un sociologo algerino, Abdelmalek Sayad ed è illuminante per la chiarezza con cui spiega cosa realmente significhi essere straniero.

"L'avvenire è sempre incerto. Costruisci, getti le fondamenta, se sei sicuro di vivere. Dici: è casa mia, la costruisco un pò alla volta, finirò per abitarla. Allora hai un avvenire, hai uno scopo. Ma qui, non vivono realmente, dal momento che non vivono come quelli di qui. Allora, nessuno qui ha un avvenire, nessuno è padrone del proprio avvenire. Non si è mai visto un futuro certo in un paese straniero. è come un orologio: gira, gira. Tutto qui. I giorni, i mesi, gli anni.. Sei in un paese, trascorri la tua gioventù, ci perdi la tua salute, lavori.  [...] L'incertezza vale per tutti: non è vivere, tutto quello che incominci a fare, dici che non lo puoi fare, dato che, prima o poi, non sai mai che cosa può capitare. Sei sul chi vive. E se..? E se..? E se ci rimandano indietro, che cosa sarà di me? Questa è l'emigrazione, questo è vivere da stranieri in un altro paese. [...] Il nostro elghorba (l'esilio) è come qualcuno che arriva in ritardo: arriviamo qui, non sappiamo nulla, dobbiamo scoprire tutto, imparare tutto." 

E se invece, qualcuno scommettesse davvero su di loro? Su Issam, su Mosson, su Elizabeth, su Zahara..?


domenica 8 giugno 2014

Un'oasi di pace


Inizio, rassicurando i miei compagni di servizio dicendo che NON sarete obbligati a pubblicare anche voi il vostro terzo post.. tanto per ora vige ancora la regola (implicita) che Stefano e Fabio non hanno ancora pubblicato il secondo, perciò.. !
Solo che io sono appena tornata da qualche giorno di mare e, si capisce, che andare al mare a inizio giugno significa passare le giornate a conversare con i 'vecchi' sotto l'ombrellone e a cantare Batti batti le manine ai bambini della spiaggia.. per cui, tra una discussione di politica (l'unica che io ritenga vera) con agguerriti pensionati e una ninnananna per far addormentare le bimbe più belle del mondo, ho trovato finalmente il tempo per fermarmi e pensare un po'.



In questi mesi non avevo avuto molte occasioni per farlo perché tanti eventi si sono semplicemente susseguiti senza sosta.. nell'ordine, ho lasciato prima i miei libri di filosofia, poi i disegni colorati dei bambini con cui lavoravo e infine una metà del mio cuore. Anche se, niente di tutto ciò è stato lasciato per sempre..



Lasciare, per che cosa?
Per andare tutti i giorni in Caritas ad ascoltare storie 'assurde'.
Questa, d'impatto, potrebbe essere la mia prima risposta. Storie che sono 'assurde' perché mi sembra assurdo che una persona venga licenziata dall'oggi al domani e, dopo due o tre anni, non sia ancora riuscita a trovare un nuovo impiego. Oppure mi sembra 'assurdo' che la maggior parte delle famiglie straniere riescano a vivere, in Italia con tre o quattro figli, con soli 400 euro al mese.
Situazioni, queste, che per me sono diventate 'ordinarie' nel senso che tutti i giorni faccio i conti con una povertà concreta, fatta di famiglie che non possono più pagare gli affitti e ricevono sfratti esecutivi, di coppie costrette a lasciarsi perché quando mancano i soldi per comprare il pane o per mettere la benzina nella macchina diventa davvero difficile non incolparsi a vicenda e continuare ad amarsi.

Una povertà fatta di bambini che non possono fermarsi alla mensa della scuola o che, con l'arrivo dell'estate non potranno andare al grest perché spesso l'unico stipendio rimasto in famiglia è quello delle mamme che fanno le pulizie in qualche ufficio alla mattina. Povertà fatta di genitori che ammettono di non aver acceso i riscaldamenti durante l'inverno perché costava troppo, o di uomini italiani che piangono perché dicono di vergognarsi di essere arrivati a bussare alla nostra porta.
Tutte situazioni, queste, che stanno condizionando la mia vita.
Perché quando penso alla fame nel mondo non penso più a situazioni lontane, ma ho in mente i volti dei tanti uomini che, ogni giorno, si mettono in fila per entrare alla mensa di San Nicolò.. a un passo dalla Basilica.. a un passo dai negozi del centro.

Più volte mi sono chiesta:  e io, lo farei? Io, mi metterei in fila nella centralissima Lecco, con tutta quella gente che mi passa affianco e mi guarda?
E spesso penso: Ma no, impossibile, a me non succederebbe di finire così.. ma poi ripenso a chi sono i poveri che incontro e sono costretta ad ammettere che povero non è chi decide di vivere in strada perché non sa stare alle regole della società, come spesso sono stata abituata a pensare. Povero è anche quel signore di cui spesso, quando vado nelle scuole racconto la storia.
Un cinquantenne, come poteva essere mio papà, che aveva costruito una piccola impresa edile; tutto andava bene, i soldi c'erano, tanto da indurlo a comprare una nuova macchina. Poi la crisi. I clienti che iniziano a non pagare; lui che si fida e conclude i lavori pur andando in perdita e alla fine la decisione di dichiarare la sua azienda in fallimento.
Una storia che mi aveva impressionato e che credo porterò sempre con me, per il suo essere così 'comune' e così lineare nell'arrivare alla povertà. Non c'entrano dipendenze, scelte irrazionali, situazioni debitorie pregresse. Tutte condizioni, queste, che sicuramente ritrovo in molte altre storie che sento ma che rendono il tutto più complesso, più sfumato, e non così sfacciatamente semplice e comprensibile.

Di fronte a tutte queste storie spesso mi chiedo come posso stare e in che modo posso rispondere alle richieste, talvolta urlate e disperate e altre volte solo sussurrate..
Come posso io, con i miei 'soli' 25 anni stare di fronte a un uomo che mi dice di non avere più nemmeno il pane per i suoi figli? 
È una domanda forte, a cui non so ancora esattamente cosa rispondere.
Per ora, mi viene in mente solo una poesia, o una preghiera per chi è credente, di don Tonino Bello, intitolata Ti auguro un'oasi di pace:

E il pianto che spunta
sui vostri occhi
sia solo pianto di felicità.
E qualora dovesse trattarsi
di lacrime di amarezza e di dolore,
ci sia sempre qualcuno
pronto ad asciugarvele.
Il sole entri a brillare
prepotentemente nella vostra casa,
a portare tanta luce,
tanta speranza e tanto calore.

Ripenso alle tante lacrime già incontrate e che, con l'aiuto di chi ascolta con me, ho cercato di raccogliere. E allora mi rispondo, pur consapevole del limite di tale risposta che, per ora, io, Irene, non posso fare molto altro, se non cercare di essere un'oasi felice per chi si rivolge a me e agli altri volontari. Un'oasi di pace, in cui tentare, anche solo per un momento, di ritrovare calore, speranza, luce.
E, forse, non c'è metafora migliore per spiegare che cos'è la vita e quanto è complessa.. l'oasi è assolutamente inaspettata, e allo stesso tempo è ciò che più desideriamo quando attraversiamo i nostri deserti. L'oasi ti fa capire che c'è una grande dose di imprevedibilità nella vita, perché, come può esserci dell'acqua proprio lì dove tutto sembra morto? 







mercoledì 28 maggio 2014

Tutti quei piccoli, che sono più grandi dei grandi

C'è una signora del Marocco che, puntualmente, arriva al Centro di Ascolto accompagnata da uno dei suoi tre figli. Un ragazzino di nove anni appena, che la segue fedele per farle da traduttore. Fin dalla primissima volta che li ho incontrati ho provato simpatia per quegli occhioni neri e timidi e per quel filo sottile di voce che traduceva sibilando le parole e le richieste della mamma.
Il ragazzino in questione, però, mi è stato fin da subito simpatico anche perchè era ogni volta costretto a ripetere almeno cinque volte il suo nome straniero: la prima volta sussurrandolo appena ma alla quinta volta urlandolo letteralmente alle simpatiche sessantenni volontarie del Centro di Ascolto che, puntualmente commentavano con frasi tipo Ah che bello, non perchè l'avessero capito davvero, ma solo perchè intimorite da quell'inedito e inaspettato tono di voce.
(Bambino timido costretto ad urlare!)

Ogni volta uno strazio per me, che empaticamente, mi riconosco in questa timidezza e nel suo filo sottile di voce. Per questo, l'ultima volta che gli occhioni neri sono venuti a trovarci al CdA, avevo deciso di scrivermi a caratteri cubitali il nome del ragazzino sulla scheda della mamma, sperando di evitargli (e di evitarmi) l'imbarazzo del ripetersi della scena.

Oggi, quando il velo della mamma ha fatto capolino dietro la porta e si è accomodato davanti a me, ho subito guardato se era accompagnato, come sempre, dagli occhi neri del figlio e, riconosciutili dietro un nuovo paio di occhiali da vista, ho cercato in fretta la scheda della mamma, sono andata a cercare la mia scritta a caratteri cubitali e, con tono deciso e felice ho detto: 'Ma che begli occhiali nuovi che hai oggi MORAD!!!'
Lo sguardo complice e soddisfatto che noi, timidi, ci siamo scambiati, è stato carico di tante espressioni che i 'timidi' spesso non dicono con le parole usate da chi parla sempre a voce troppo alta. 

Mi piace raccontarlo così, attraverso gli occhi di Morad e dei tanti bambini che incontro, il ‘mio’ servizio civile.

Attraverso lo sguardo dei più piccoli che accompagnano mano nella mano i grandi, spesso più ‘ingenui’, intimoriti e intimiditi perché ancora inesperti di una lingua così diversa da quelle con cui per anni hanno parlato di sé. I grandi che si ‘appoggiano’ ai più piccoli, e si affidano a loro, alle loro traduzioni fatte di parole semplici e grandi sguardi. I grandi che sembrano avere più paura dei piccoli e i piccoli che finiscono col rassicurare questi grandi ancora inesperti di un mondo (o forse solo di un paese) che conoscono appena. 



I bambini, che conoscono già le lacrime, le fatiche, le angosce, ma che sanno come superarle.
Come S. e M., due fratellini che vivono in una situazione economica fortemente compromessa e che un giorno sono arrivati con la loro mamma. Lei, nel raccontare tutte le fatiche che ogni giorno la tormentano, è scoppiata in lacrime, lasciandoci senza parole e quasi senza fiato. Come possiamo aiutarla, mi domandavo. Poi ecco. Il suo bambino più grande l’ha coinvolta in un gioco che stava facendo con il fratellino e il sorriso è ritornato.

Mi piace parlare di loro, di tutti questi bambini che accompagnano i loro genitori al Centro di Ascolto, ovvero nelle fatiche e nelle lotte quotidiane per vivere dignitosamente.

Ce ne sarebbero, però, tanti altri. Tutti quei bambini che vivono con nonni, parenti, amici, in qualche stato dell’Africa o dell’America Latina, o dell’Est Europa, lontano dai loro genitori.
Ecco, di loro, per ora, mi fa ancora troppo male parlare.