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giovedì 6 novembre 2014

Il cappello da capraio

Sono circa le 10.30 quando R. entra nella saletta del Centro d'Ascolto. Io non l'ho mai incontrato prima d'ora, eppure lui mi dice di venire spesso a mangiare in mensa. Ci sediamo, io di fronte a lui. Lo guardo e dentro di me penso che è proprio un 'tipo' originale. Il mio sguardo è attirato dalla sciarpa che ha attorno al collo. È rossa, con delle decorazioni che ricordano il Perù o la Bolivia, eppure lui è italianissimo. Inoltre, la porta in un modo che, per me, è originale per un senza tetto poiché solo una metà gli gira intorno al collo, mentre quasi tutto il resto della sciarpa è libero di andare dove vuole. Sembra un dandy, penso!
Ma, oltre a questa sciarpa bella e sporca, non posso fare a meno di notare il suo cappello.
Un bellissimo cappello a tesa larga, nero, di quelli che vanno di moda ora e che lui, con cura, adagia sulla sedia non appena si accomoda davanti a me.

Non riesco a trattenermi (anzi, confesso, nemmeno ci provo a trattenermi!) e dico: 'Che bel cappello che hai, R.'
Lui sorride. 'è un cappello da capraio.'
Sorrido. Mi guarda. 'Credi davvero che sia bello?'
'Certo che lo credo..e ti dirò che va anche di moda ora!'
'Davvero? Beh, a me l'ha regalato una persona speciale, per questo me lo metto. E poi, sai, con la pioggia è perfetto.. prima che si inzuppi devi stare sotto la pioggia per ore.'



E qui faccio una piccola pausa. Per dire che, è mio solito iniziare un colloquio (termine che detesto!) facendo un piccolo complimento, o una piccola osservazione. Generalmente osservo e commento anelli e orecchini, oppure un filo di trucco diverso dal solito, o un velo con colori più accesi o più cupi, uno smalto sulle unghie appena messo, un broncio insolito se si tratta di bambini o un peluche particolarmente soffice stretto al petto. Osservo e noto una malinconia più evidente, così come un sorriso più gioioso o un viso più stanco e preoccupato.
Non è nulla di speciale, eppure è il mio personalissimo modo per entrare in sintonia con le persone che incontro; è un modo per metterle a loro agio, e fargli capire che qui siamo in 'territorio amico', che non hanno proprio nulla da temere. Molti di loro sono abituati alle scrivanie, alle schede, ai timbri dei commissariati di polizia o delle questure e, fin dai primissimi giorni di servizio, la mia più grande preoccupazione è stata quella di scongiurare il pericolo che il Centro d'Ascolto venisse confuso con luoghi simili perché, anche qui, ci sono scrivanie, timbri e schede da compilare.
Ma, in questura non notano se oggi hai messo lo smalto rosso, e neppure che hai degli orecchini che ti stanno benissimo; non notano, o comunque raramente ti dicono, che oggi sembri felice, e che il tuo bambino è cresciuto ed è ancora più bello.
Ma, se tutte queste cose in questura o nel commissariato di polizia o in banca o alle agenzie del lavoro non te le dicono, al Centro d'Ascolto sì. Perché qui è come essere a casa, dove ci si può permettere di lasciarsi un po' andare, abbassare le difese e ricevere un complimento.

È la mia piccola strategia per mettere a proprio agio chi arriva qui e che, magari, ha qualcosa di faticoso da raccontare (piccola o grande, reale o immaginata che sia la fatica). Ovviamente, non è che dispenso complimenti a chiunque, ma quando noto qualcosa che colpisce in modo particolare il mio interesse e il mio sguardo, non mi trattengo e lo dico.

Così è successo con R., perché il suo cappello davvero mi piaceva. Ed infatti gli dico che ne vorrei tanto uno anche io, ma che, essendo una timida cronica, non ho mai osato comprarne uno perché mi sento arrossire alla sola idea di uscire di casa con un cappello così in testa.
E, a questo punto ecco che R., con tutta la serenità del mondo mi dice: 'Ma che problemi ti fai? Tu sei come sei e non devi avere paura di essere te stessa. Nella vita non bisogna mai avere paura di esporsi al mondo così come noi vogliamo essere.'
Rimango in silenzio. Non so cosa rispondere e non rispondo perché, dopo tutti i libri di filosofi, psicologi, sociologi, teologi, poeti e scrittori che ho letto fino ad ora, nessuno mi ha mai saputo dire con così grande serenità che è bello essere se stessi sempre e comunque, così come è riuscito a dirmelo R. con le sue mani rovinate dal freddo e i suoi abiti impregnati di pioggia. 

Ire.

domenica 27 luglio 2014

150 giorni.


Il disegno, bruttino, è frutto della formazione di metà servizio. Il suo titolo è Moti ondosi che aiutano a crescere e rappresenta il 'mio' fiume dopo questi primi 150 giorni di servizio.. se continuate a leggere sicuramente capite il suo 'perchè'!

Sono stata in Albania, quando ancora c’era il dittatore comunista Hoxa, grazie ai racconti di un papà albanese immigrato in Italia quasi 15 anni fa.

Sono stata in Afaghanistan, con i talebani che minacciano e feriscono con coltelli tutti i ragazzi che non vogliono arruolarsi nell’esercito, così come hanno fatto con Issam. Dall’Afghanistan sono anche scappata, ancora piccola, con Abdul quando la sua mamma l’ha messo su un camion che doveva attraversare il deserto e farlo così fuggire dalla guerra e dal regime.

Sono stata in Ucraina, con i figli di Lyudmyla che coltivano l’orto ma non possono più uscire nemmeno per andare al lavoro perché fuori ormai c’è una guerra. E, in Ucraina, sono stata anche nella casa della sorella di Alina e con i figli di Alina, bombardata per metà. Per fortuna, o per destino, io e i bimbi di Alina eravamo nella parte rimasta miracolosamente in piedi.

Sono stata in Costa d’Avorio, con i figli di Ake che giocano con i nonni, ma non vanno più a scuola perché il loro papà, in Italia, non guadagna più abbastanza per poter mandare i soldi fin laggiù.

Sono stata in Pakistan, con Atif quando ha compiuto 6 anni ma non ha iniziato la scuola. E, ora, a 18, per fare la sua firma è costretto a copiare il suo nome che gli ho scritto io.

Per le vacanze sono tornata con Maria in Moldova, a trovare la sua famiglia. Figlie, figli e nipoti.

Per le vacanze, però, sono stata anche in Burkina Faso con Idriss a trovare la sua mamma che non riabbracciava da ormai 6 anni. E sua moglie. E sua figlia. E sì, certo che gli mancano..

Sono stata anche in Norvegia, con la famiglia di Amir, quando lui è stato ‘beccato’ e rimandato in Italia perché aveva un permesso di soggiorno che lì al nord lo rendeva clandestino.

Sono stata in Sicilia, con Mosson a raccogliere le arance quando, subito dopo il suo arrivo in Italia su uno di quei barconi che vediamo alla tivù, stremato ha iniziato a lavorare per non morire di fame proprio ora che pensava di 'avercela fatta'.

Sono stata in Perù, dal papà di Carmen mentre lui moriva e pensava a quella sua figlia ormai lontana, emigrata in Italia e che non era riuscita a trovare un po’ di soldi nemmeno per raggiungerlo in quegli ultimi momenti.

Sono stata a Pescarenico, in carcere con Giuseppe, dopo che aveva picchiato la moglie. E sono stata con lui anche su quella panchina in riva al lago quando è uscito e non aveva più niente.

Sono stata in Marocco con Zahara, quando ancora era felice perché in casa aveva una macchina da cucire.
In Marocco sono stata anche quando i genitori di Fatima l’hanno promessa sposa di un suo cugino e lei non voleva diventare grande e mettersi quel velo..

In Romania, poi, ci sono stata tante volte. Partendo da qui, ma sempre in pullman e mai in aereo..!

Dalla Somalia e dalla Siria, invece, sono scappata. Non da sola, ma con tanti ragazzi. Io, a 25 anni ero la più grande fra tutti loro.

Sono stata in Senegal con i sei figli di El Hadji che sono talmente numerosi che il loro papà non si ricorda mai le loro date di nascita. Ma quando è arrivato quel pacco di vestiti è stata una festa perché tutti hanno creduto che il loro papà, dall’Italia, pensa anche a loro.

Sono stata nella Repubblica Dominicana quando Ramon ha deciso di partire per l’Italia e raggiungere la moglie, perché a 60 anni non si riesce più a vivere senza la compagna di una vita.

Sono stata in Italia quando il secondo figlio di Elizabeth ha deciso di venire al mondo un po’ troppo presto.

Le storie sono vere. I nomi no. Per rispetto delle storie.

E le storie sono (alcune) di quelle che colorano il 'mio' mondo e che aspettano solo una porta aperta.
E se loro entrano, io, in qualche modo esco, da me stessa.

Le ho scritte così, come sono, senza abbellirle, senza addolcirle né indurirle. Chiedono di essere ascoltate. Mai giudicate. Mai compatite. Mai respinte.

Se tu penserai, se giudicherai
da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.
(Fabrizio De Andrè)

Per lo più sono storie di chi ha avuto il coraggio e la forza di andare..e la fortuna (o benedizione) di arrivare. Perché, sì, io ci credo che Migrare è un Diritto e Non un crimine..

(La foto è stata scattata a Berlino.. non in Italia)
Eppure, parlando con tutti gli Issam, con tutti i Mosson, con tutti i Ramon, con tutte le Elizabeth che ho incontrato in questi mesi, so che ancora troppe volte qualcuno li ha guardati come se fossero dei criminali.. e parlando con loro, mi è ritornato in mente un libro che mi ha aiutata a capire questo complesso 'fenomeno' che è la migrazione durante i mesi in cui ho scritto la mia tesi. Si intitola 'La doppia assenza', è stato scritto da un sociologo algerino, Abdelmalek Sayad ed è illuminante per la chiarezza con cui spiega cosa realmente significhi essere straniero.

"L'avvenire è sempre incerto. Costruisci, getti le fondamenta, se sei sicuro di vivere. Dici: è casa mia, la costruisco un pò alla volta, finirò per abitarla. Allora hai un avvenire, hai uno scopo. Ma qui, non vivono realmente, dal momento che non vivono come quelli di qui. Allora, nessuno qui ha un avvenire, nessuno è padrone del proprio avvenire. Non si è mai visto un futuro certo in un paese straniero. è come un orologio: gira, gira. Tutto qui. I giorni, i mesi, gli anni.. Sei in un paese, trascorri la tua gioventù, ci perdi la tua salute, lavori.  [...] L'incertezza vale per tutti: non è vivere, tutto quello che incominci a fare, dici che non lo puoi fare, dato che, prima o poi, non sai mai che cosa può capitare. Sei sul chi vive. E se..? E se..? E se ci rimandano indietro, che cosa sarà di me? Questa è l'emigrazione, questo è vivere da stranieri in un altro paese. [...] Il nostro elghorba (l'esilio) è come qualcuno che arriva in ritardo: arriviamo qui, non sappiamo nulla, dobbiamo scoprire tutto, imparare tutto." 

E se invece, qualcuno scommettesse davvero su di loro? Su Issam, su Mosson, su Elizabeth, su Zahara..?